« E Spatuzza chiama Schifani in causa » (La Stampa)

Di Riccardo Arena (Palermo).

E SPATUZZA CHIAMA IN CAUSA SCHIFANI
La Stampa« Il presidente del Senato: « Non c’entro nulla, querelo »
Il caso: Pentito di mafia
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Ha solo la quinta elementare ma -così dice- una volonta di ferro. Dal marzo 2005 in poi Gaspare Spatuzza studia teologia e parla di fede e redenzione con i cappellani delle carceri in cui sconta i suoi tre ergastoli, ma ora il modesto imbianchino “che non sa niente”, come afferma Giuseppe Graviano, sta turbando i sonni di più d’uno, nei palazzi del potere. Perché ieri mattina i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Francesco Messineo e Sergio lari, i loro vice, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, e i sostituti Paolo Guido e Nino Di Matteo si sono riuniti per decidere cosa fare: riaprire o non riaprire le indagini su Silvio Berlusconi, è stato l’argomento all’ordine del giorno.
Da Firenze sono arrivati, nei giorni scorsi, i verbali di Spatuzza al gran completo. E con essi riscontri, verifiche, contributi di altri pentiti. Una montagna di carte che ha indotto i magistrati siciliani al definitivo ripensamento nei confronti di Spatuzza, prima liquidato come dichiarante poco attendibile e ora avviato verso una piena promozione da pentito. Il vertice di ieri ha un senso perché le due Procure hanno riaperto le indagini sul periodo buio delle stragi del ‘92 e della trattativa fra Stato e mafia e hanno una serie di iniziativi comuni. A Palermo Berlusconi era stato indagato per concorso esterno (nel fascicolo 6031/94, in questi giorni riaperto riaperto per un altro indagato, Francesco Paolo Alamia) e l’archiviazione era arrivata nel 1997. Nel capoluogo nisseno l’inchiesta era stata per strage e l’archiviazione è datata 2003. Una decisione dovrebbe arrivare prima della deposizione in aula di Spatuzza, prevista a Torino, nel processo d’appello contro Marcello Dell’Utri, il 4 dicembre.
Spatuzza ma non solo. Nelle carte fiorentine ci sono riscontri, accuse, dichiarazioni dirette a provare un accordo di cui avrebbe parlato Giuseppe Graviano, e che avrebbe garantito ai boss di “avere il Paese nelle mani”. Quale accordo, con chi? Risponde il pentito Giovanni Ciaramitaro: “Giuliano Francesco, detto “Olivietti”, mi spiegò che le stragi in Continente erano volte a costringere lo Stato a cedere sul 41 bis e mi disse che dietro le stragi ci stavano Berlusconi ed altri politici.” Come Ciaramitaro, più o meno, Pietro Romeo e Salvatore Grigoli, altri killer della setassa famiglia di Brancaccio. Ma non sono solo pentiti. Brancaccio appare unita: risponde anche un irriducibile come Cosimo Lo Nigro, che nega ma in un confronto dice a Spatuzza di rispettarlo, come aveva fatto pubblicamente Giuseppe Graviano. Il fratello di quest’ultimo, Filippo Graviano, dice ai pm di non illudersi, ma manifesta “una dissociazione rispetto alle scelte del passato”.
Spatuzza insiste: “Il 41 bis per altri quattro anni ha messo in ginocchio i due fratelli”. Ma forse la chiave di volta è in una frase per niente sibillina: “I Graviano sono ricchissimi, non mi risulta che il loro patrimonio sia stato minimamente intaccato. In sostanza questa possibilità che hanno loro di riferire l’identità dell’interlocutore politico implicato nelle stragi è come un jolly o un asso tenuto nella manica”. Proprio Giuseppe Graviano, con il superlatitante Matteo Messina Denaro e Totò Riina, è “l’unico che sa la verità” su quegli eccidi”.
Spatuzza parla pure di incontri che Filippo Graviano avrebbe avuto con l’attuale presidente del Senato, Renato Schifani, prima che l’esponente del Pdl scendesse in politica: nel ‘90-’91 Schifani era avvocato, andava a trovare un cliente, Giuseppe Cosenza (“legatissimo ai Graviano”), presso la fabbrica Valtras, a Brancaccio. Lì Filippo, che non era latitante, “faceva gli incontri” e Spatuzza sostiene di avere visto con i propri occhi il boss, il cliente e l’avvocato. Immediata la replica: “Mai avuto rapporti né difeso Graviano, denuncerò Spatuzza per le sue calunnie e insinuazioni inaccettabili”. Il pentito dice di averlo riconosciuto solo anni dopo. E pure Graviano, in carcere, Tolmezzo, gli avrebbe confermato che quell’avvocato era divenuto la seconda carica dello Stato.

Riccardo Arena (Palermo)
LA STAMPA, 26 novembre 2009
Pagina 9

Ps. Mi sono permesso di pubblicare in “blockquote” questo articolo recente (e apparso prima di quello de La Repubblica) perché tuttora non è ancora disponibile on-line. Però questo si, di pochi giorni prima: « Mafia, un pentito contro il premier » (La Stampa, 21.11.09 – Riccardo Arena)

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